Vediamo se mi ricordo ancora come si fa!
I film, specie le commedie romantiche in cui anche le coppie più impensabili trovano rifugio nel più idilliaco degli epiloghi, ci hanno letteralmente fottuto il cervello.
Mi disp dirlo con questo cinismo -proprio io che avrò fatto non so quante volte il rewatch di “The Notebook” e ho versato oceani di lacrime sospirando sognante la storia tra Noah ed Allie- ma ahimè, è la cruda verità.
I film creano da sempre aspettative enormi e intendiamoci, è proprio per questo che ci appassionano così tanto, ma la beffa è che creano aspettative enormi anche e soprattutto sui finali, persino su quelli più tragici.
Così quando qualcosa si chiude avanziamo (quasi sempre e quasi tutti) la pretenziosa aspettativa di chiudere in grande, non importa nemmeno con che tipo di sentimento, basta che sia GRANDE.
Grande gioia, grande dolore, grande liberazione, grande rabbia.
Questo accade perché siamo abituati a misurare la potenza delle cose attraverso parametri sfalsati, mal contemplando e mal interpretando la sensazione di pace che infondono le cose tranquille, stabili, a loro modo sicure. Così ci ritroviamo ad estremizzare sentimenti pur di renderli visibili e chiari e di conseguenza, tendiamo a non prestare particolare attenzione a ciò che si conclude senza troppo clamore.
Una relazione finisce senza eccessivi drammi? “Mmmmh forse non si amavano poi così tanto.”
Un contratto di lavoro si chiude con una stretta di mano? “Mmmmmmh, c’è qualcosa sotto.”
Una persona muore circondata dalla serenità delle persone care e non da fiumi incessanti di lacrime e urla strazianti? “Ecco vedi? Forse non era poi così ben voluta.”
Un capitolo della nostra vita volge al termine senza esorbitanti colpi di scena? “Secondo me non si è chiuso davvero!”
Insomma, per (semi) citare una frase ovviamente tratta da un film iconico: da grandi finali derivano grandi responsabilità.
Altrimenti lascia perdere che non sei del mestiere.





